Solitudine

Da ‘Verso il ritorno’ di Francesco Pandolfi Balbi

“Appartengo a una stirpe di esploratori. Come fenice, scelgo l’impresa del tutto o niente e precipito di mia volontà nel grembo di una donna.

Si tratta di un passaggio molto graduale. Un corpicino appena abbozzato si sta formando in un nido estraneo e accogliente, e io comincio a fare avanti e indietro o, più propriamente, sono un po’ di qua e un po’ di là.

Vivo ancora in seno all’Unità, ma sento anche il sangue pulsare, una vita più primitiva scorrere intorno e dentro di me. Abbraccio il corpo che mi ospita, lo ringrazio per il dono straordinario che mi sta facendo e per la sofferenza che un giorno mi regalerà.
Vivo nella lentezza… Quasi nella stasi.
Preparandomi alla grande avventura, ristagno nella vita che si prepara a esplodere.
So che un giorno sarò pronto a uscire e farmi strada. È il destino che ho scelto. Desidero darmi da fare, e i miei fratelli sono ‘dall’altra parte’ – quella dalla quale provengo – e tifano per me.

Così traslo il mio essere dall’Unità assoluta, eterna, onnisciente.
Mi separo, ma non precipito subito. Entro in purgatorio per prepararmi all’inferno.
Il mio nome questa volta sarà Francesco, e attingerò a piene mani all’energia della terra che ho scelto, Assisi, famosa nel mondo delle scimmie nude per il rispetto che infonde.

Ricordo la scelta. Ricordo il senso d’inevitabilità e lo slancio verso il mondo mutevole al solo scopo d’imparare, amare, progredire. È gioia per mezzo del sacrificio, ma in termini ben diversi da quelli che comunemente si vuole fare intendere.
Il sacrificio non serve a nulla, è solo un prodotto di scarto.
Il ventre di mia madre è caldo e rassicurante, e la mia coscienza continua ad andare e venire tra i mille gorgoglii di un organismo intento a macinare vita e inondato, talvolta, da una dolce atmosfera rosata.

Sguazzo in un liquido denso.
Sosto. Mi burlo già del suo accento toscano e ne subisco un po’ l’emotività terrena, generata da echi inconsci che sento pressanti.
Accumulo le forze. Sono consapevole che, per compiere il prossimo passo, mi serviranno.
Tutte.

Viene così il giorno che mani sgraziate squarciano l’alcova nella quale attendevo di mettermi di nuovo al servizio della vita.
Una luce bianca, gelida, mi esplode fuori e dentro. S’impossessa del corpo, lo fa vibrare a un ritmo impossibile. La voce ovattata, che tanto mi aveva tenuto compagnia, è sostituita in un istante da un cosmo gelido, orrendo, nel quale strani esseri producono senza posa né riguardo emanazioni sonore che mi sconvolgono i sensi, nessuno escluso.
Il pentimento dilaga in me, quasi a proteggermi – unico pensiero, unico mondo – dalla pressione insostenibile prodotta dal caos.
E poi… il vuoto.
È un universo colmo di vuoto, questo!
Mai più limiti caldi e morbidi, mai più dolci suoni ovattati. Mai più un singolo nido dall’aria familiare, testa di ponte costruita e dedicata esclusivamente a un pezzettino di Coscienza precipitato sulla casella d’inizio di un gioco incredibilmente difficoltoso.

Esplode un silenzio composto di suoni agghiaccianti.
È il silenzio dell’Anima; l’indifferenza della non presenza; il vuoto dannatamente vuoto sia per il corpo che per chi, dentro, v’implode di terrore.
È un nulla gelido, straripante di quelli che in seguito riconoscerò come suoni incredibilmente sgraziati e voci prive di rispetto per chi sta vivendo il momento più delicato della propria nuova esistenza.

Perdio, per carità… Basta rumori!
Annaspo alla ricerca di calore e del mio posto nel mondo. Il liquido caldo che mi sosteneva e mi cullava, d’improvviso s’è fatto inconsistente, gelido. Ostile.
Mi entra in bocca e mi brucia dentro.
Un rumore impossibile mi esplode in testa, ma stavolta a produrlo è il mio corpo, che risponde al terrore quasi metallico che mi affossa l’Anima.
E poi una superficie ruvida mi grida sulla carne, e altra carne mi afferra, mi gira e mi rigira. È incredibilmente fredda, dura, insensibile, dotata di una volontà che non risponde alle suppliche… figuriamoci alle intenzioni.
Tra i lampi di questa luce straziante realizzo di colpo che sono totalmente impotente e mi rendo conto che il corpo è preda di una forza inesorabile che lo schiaccia e lo allunga in modo orribile, sino a sospenderlo nel bel mezzo di un cubo accecante nel quale campeggia qualche macchia scura.
Non so come, persino in questa dimensione totalmente aliena, dopo un’eternità di puro terrore… ritrovo, sia pure con immensa fatica, uno sprazzo di conforto.

Cosa ti aspettavi?
Recupero un briciolo di forze, metto un nome al terrore, infilo un piede nello stipite del futuro.
Ma comincio a dimenticare me stesso.
Ricordo come mi sentivo quand’ero Uno con tutto il resto, ma è un’immagine da accantonare.
Devo compiere una missione, io!
Adesso c’è un corpo che mi droga e parla mille lingue assordanti. Istintivamente l’ascolto, mi contraggo. Tanto so chi sono e cosa sto facendo qui.
L’alternanza di luci e ombre comincia a sfiancarmi, diventa la mia unica realtà. Del mondo di prima ho solo un ricordo sempre più flebile che mai più viene confermato da contatti diretti.
È un annegare senza fine in un oceano di vuoto, in un universo di segnali che non comprendo ma mi rassegno a dover gestire.

Adesso ha tutta la mia attenzione…
Dimentico.
E m’incontro.
Mi riconosco dietro uno sguardo, ma questo fratello sorride, se ne va per la sua strada.
Tutti se ne vanno per la propria strada!
Non mi lasciare… torna da me!

Trascorre un’eternità.
Eccomi, mi riconosco di nuovo nel calore fugace di una mano.
Dove vai? Aspetta!!!
Sono contatti sempre e sempre più rari. Poi un giorno, dopo un silenzio senza fine, mi arrendo.
Per un’eternità fiumi di sangue mi graffiano l’Anima. Ribollono fino agli occhi. Ne colano.
Finché da dare rimane solo sabbia.
Mi aggrappo con tutte le forze all’unico nutrimento possibile, elargito in silenzio da qualcosa di non vivo (un biberon). Mangio, mi riempio del vile surrogato di ciò che sono diventato.
Questo involucro di carne è la mia unica realtà, adesso.
Dimentico.

Dimentico
Mai più calore.
Mai più Comunione.
Mai più sangue che pulsa intorno, mai più morbidezza, mai più dolci suoni ovattati.
Rimane il gelo. Rimane sempre lui, il vuoto padrone di tutto.
Vivo di cibo, unico sostituto disponibile del dolce ricordo.
Somiglia alla prima fisicità nella quale precipitai. Ne ha la consistenza.
Il cibo per me rappresenterà il paradiso incantato, la spontaneità del nutrimento, ma anche la libertà dal do ut des. E poi calore, cura, sicurezza.
Ecco perché spesso, per affrontare i problemi del mondo, mi rifugerò nei piaceri della tavola e, più di questo, nell’ingurgitare voracemente tutto ciò che potrà in qualche modo rassicurarmi.

Oltre tutto, il grembo di mia madre rappresenta la soglia d’accesso alla via del ritorno, quella dalla quale sono giunto e che un giorno, chiudendo il cerchio, mi ricondurrà all’Unità. Sembra uno scherzo del destino che la tomba di mia sorella sia stata l’unica alcova che mi abbia protetto in questa dimensione…
Quando ho nostalgia dei vari me stesso disseminati per il mondo, o quando semplicemente l’Anima è stanca di solitudine e di una missione il cui impegno sfiora spesso e volentieri l’irrealizzabile, penso alla soglia e, ancora una volta, l’unico rifugio possibile è il cibo.
Quindi esso è cura, oltre che fardello. Costruisce intorno alla parte più indifesa di me uno scudo protettivo capace di proteggermi dagli attacchi e dalle emanazioni sgradevoli di questo Universo-Specchio, nel quale ciascuno di noi è perso sul proprio sentiero irto di curve, dossi, crocevia.

Tutti facciamo del nostro meglio per svolgere la missione di minuscoli raggi di Coscienza che osservano e sperimentano, e chi riesce a mantenere uno spiraglio aperto per ascoltare la voce dell’Anima, prima o poi comprende. Ricorda la natura del proprio viaggio, aggiusta il tiro. Può finalmente iniziare il lento processo di liberazione dall’armatura che indossò durante l’infanzia per proteggersi dall’inferno. Sì, perché questa Terra può essere inferno, purgatorio o paradiso in base alla dose di Coscienza e di volontà alla quale si riesce ad attingere.

La nemica più grande? Sempre e ancora lei: la paura. Va conosciuta, le va dato un nome. Va compresa, abbracciata e dolcemente dissolta.
Ecco, perciò, la storia della nascita dei miei mille timori e della decisione di liberarmene uno ad uno, fino al raggiungimento di una condizione di vita accettabile e, in seguito, invidiabile per una nicchia d’Umanità.
Ecco la storia di un parto nella solitudine assoluta e del mio viaggio, non ancora concluso, verso la maturità di Uomo consapevolmente provvisto d’Anima. Perciò quasi pronto – per dirla col capitano Kirk – a fare la differenza”.

In risalto: Lo Schema generale della Psicologia Olografica


Video introduttivi sulla Psicologia Olografica

Prima puntata: le origini della Psicologia Olografica   Seconda puntata: l'elemento smarrito: la Coscienza   Terza puntata: la Coscienza fuori e dentro lo Specchio

Sono un eremita estroverso. Mi comporto quasi sempre da onda, quasi mai da particella. Amo il silenzio, permette di spaziare con i sensi sin quasi all'infinito. Gli ho dedicato un intero sito. Indago sulle grandi domande di sempre e ho delle risposte. Mie, organiche, discutibili come ogni altra. Metto a frutto i miei giorni per comprendere. E' un gioco di quelli 'bambini' che mi assorbe totalmente. Cerco sempre di condividerlo con chi sento sulla mia stessa lunghezza d'onda. Infatti, per illuminarmi la via, ho sempre usato tre lanterne: la bellezza, l'armonia, l'amore per la condivisione. Mi piace assumermi la responsabilità del mio punto di vista e agisco per creare equilibrio. Ecco perché, tra le altre cose, scrivo libri e, attraverso il sito MAGRAVS Italia, cerco di far conoscere la tecnologia Keshe... una cosa pazzesca che sta cambiando il mondo... Di me parlo anche in questa pagina.